Il divorzio congiunto

Divorzio Congiunto Informazioni

Affrontare un divorzio è indubbiamente un’esperienza dolorosa, ma non per forza per ottenere il formale riconoscimento della fine del matrimonio i coniugi devono intraprendere una battaglia legale lunga e traumatica. È possibile ed auspicabile che marito e moglie giungano autonomamente e serenamente ad un accordo sulle condizioni relative ai figli ed ai rapporti economici. In questo caso l’atto che sancisce il divorzio ha solo una funzione di accertamento e di controllo sull’accordo raggiunto, ed è in questo caso che si parla di divorzio congiunto.

Profili generali e inquadramento normativo

La norma su cui si fonda la disciplina del divorzio in Italia è la Legge n. 898 dell’1 Dicembre 1970″che ne prevede le condizioni di ammissibilità e ne regola il procedimento. Fino a quel momento il matrimonio era indissolubile, ed anche in seguito la famiglia veniva comunque considerata un’entità autonoma il cui interesse superiore era da tutelare per ragioni di ordine pubblico, rendendo lungo e difficile il cammino per arrivare al divorzio. Questo fino alla recente attività di riforma resasi necessaria per i mutamenti sociali nel frattempo avvenuti, iniziata con la Legge n. 162 del 10 Novembre 2014 che ha introdotto nel nostro ordinamento, in caso di accordo e a determinate condizioni, dei procedimenti più brevi ed economici alternativi a quello ordinario di fronte al Tribunale. Attualmente, infatti, il divorzio “consensuale” può essere ottenuto con ricorso al Giudice, con l’accordo di negoziazione assistita o davanti all’ufficiale di stato civile.
A conclusione delle misure di accelerazione in materia di separazione e divorzio, infine, la Legge n. 55 del 6 Maggio 2015 sul cosiddetto “divorzio breve”, ha ridotto il tempo che deve necessariamente passare dalla separazione al divorzio. Anche se in realtà si tratta di un divorzio solo relativamente breve, dato che è stato lasciato inalterato l’iter procedimentale da seguire per giungere al provvedimento finale di divorzio, ed è quindi sempre necessario ottenere prima la separazione.

Presupposti e condizioni per la domanda di divorzio congiunto

La Legge 898/1970 stabilisce che il Giudice pronuncia lo “scioglimento del matrimonio contratto a norma del codice civile” o la “cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio religioso”, quando viene accertato che non può più essere ricostituita la comunione spirituale e materiale tra i coniugi. L’art. 3 stabilisce tassativamente quali sono le circostanze oggettive da cui può derivare la fine del rapporto matrimoniale e quindi la possibilità di chiedere una pronuncia di divorzio. Accanto a circostanze specifiche e particolari, come ad esempio la condanna di uno dei coniugi per alcuni reati di particolare gravità o il “passaggio in giudicato della sentenza di rettificazione di sesso”, il presupposto comunemente invocato è la conclusione del procedimento di separazione con sentenza divenuta definitiva o, in caso di separazione consensuale, con decreto di omologazione non più impugnabile. Perché possa essere presentata domanda di divorzio è necessario inoltre che la separazione sia durata ininterrottamente per un certo lasso di tempo, che decorre dal giorno in cui i coniugi sono stati autorizzati dal Presidente del Tribunale a vivere separatamente. La durata richiesta in origine era di ben 5 anni, ridotti poi a 3 dalla Legge 74/1987, mentre oggi in virtù del “divorzio breve” è sufficiente che sia trascorso 1 anno, o addirittura 6 mesi se la separazione è stata consensuale. In questo caso il termine può decorrere anche dalla data in cui è stato perfezionato l’accordo di separazione in seguito a negoziazione assistita o concluso davanti all’ufficiale di stato civile.

Il procedimento di divorzio congiunto davanti al giudice

Nel divorzio cosiddetto consensuale i coniugi hanno trovato un completo accordo su tutti gli aspetti da regolare, quelli necessari come l’affidamento dei figli, l’assegnazione della casa familiare, il diritto all’assegno divorzile per uno dei coniugi, e quelli solo eventuali come assegnazioni reciproche e trasferimenti immobiliari o mobiliari.
La domanda congiunta di divorzio si propone con ricorso sottoscritto personalmente dai coniugi o dal procuratore munito di mandato conferito da entrambi, dato che è possibile ed anzi consigliabile in questo caso rivolgersi ad un unico avvocato. Il Tribunale competente è quello di residenza o domicilio di almeno uno dei coniugi.
Nel ricorso devono essere indicate in modo dettagliato le condizioni dell’accordo e si deve dare atto della sussistenza dei requisiti richiesti per la concessione del divorzio, di regola la sentenza di separazione giudiziale passata in giudicato o, se la separazione è stata consensuale, il verbale omologato. Tali atti vanno inoltre allegati al ricorso, così come gli altri documenti che si ritiene utile produrre, in particolare le dichiarazioni dei redditi.
Nell’unica udienza prevista, che si svolge in camera di consiglio con l’intervento del Pubblico Ministero, il Collegio, sentiti i coniugi, verifica l’esistenza dei presupposti di legge e il rispetto dell’interesse dei figli. Se la verifica ha esito positivo il collegio pronuncia sentenza di divorzio.
Se invece l’accordo risulta in contrasto con l’interesse della prole, per la decisione sulla parte contestata il procedimento prosegue secondo l’ordinario rito contenzioso, mentre restano valide le altre disposizioni. Il Tribunale, in particolare, non può contrastare la volontà delle parti sugli accordi patrimoniali, a parte il caso tassativo in cui ritenga non congrua l’entità dell’assegno di divorzio da corrispondere in un’unica soluzione.

Le procedure di divorzio congiunto alternative al Tribunale

Con la procedura di “negoziazione assistita da avvocati per la soluzione consensuale di scioglimento del matrimonio”, introdotta dall’art. 6 Legge 162/2014, i coniugi possono farsi assistere da uno o più avvocati per trovare in via amichevole un accordo in merito alle condizioni del divorzio, o semplicemente approfittare della più rapida e comoda procedura per formalizzare un accordo già raggiunto. I tempi sono brevi e decisi dagli stessi coniugi, l’accordo infatti deve essere perfezionato entro 3 mesi. Occorre però aggiungere il tempo richiesto per ottenere il necessario nulla osta del Procuratore della Repubblica.
Una procedura ancora più semplice, rapida ed economica è prevista dall’art. 12 Legge 162/2014, ma solo se non vi sono figli minori o maggiorenni non autosufficienti e se nell’accordo non sono previsti trasferimenti patrimoniali. I coniugi dichiarano davanti all’ufficiale di stato civile, del comune di residenza o in cui è stato trascritto l’atto di matrimonio, che intendono divorziare e a quali condizioni; sono quindi invitati a ricomparire dopo almeno 30 giorni per confermare l’accordo.
Entrambi i procedimenti si basano sugli stessi presupposti della domanda di divorzio presentata in tribunale ex art. 3, comma 1, numero 2), lettera b), Legge 898/1970, ovvero una sentenza o un accordo di separazione definitivi ed il protrarsi ininterrotto della separazione per 12 o 6 mesi, a seconda dei casi.

Gli effetti della sentenza di divorzio congiunto e degli atti equiparati

La sentenza di divorzio viene inviata dal Tribunale all’ufficio di stato civile del luogo in cui era stato trascritto l’atto di matrimonio, per esservi annotata e divenire in questo modo pienamente efficace a tutti gli effetti civili. Tali sentenze infatti, così come gli atti ad esse equiparati che concludono i “procedimenti alternativi di negoziazione assistita e di accordo di fronte all’ufficiale di stato civile”, determinando lo scioglimento del matrimonio producono rilevanti effetti. Il più immediato ed evidente è il cambiamento dello stato civile degli ex coniugi, che tornano liberi e possono contrarre nuove nozze; “la moglie perde il cognome del marito”, ma può essere autorizzata a conservarlo aggiunto al proprio. Diventano efficaci gli eventuali accordi patrimoniali, in particolare il diritto alla corresponsione dell’assegno periodico. Gli ex coniugi perdono inoltre i reciproci diritti successori, anche se il coniuge titolare di assegno divorzile, che non si sia risposato, in caso di morte dell’ex coniuge obbligato può ottenere un assegno a carico dell’eredità o la pensione di reversibilità.